Lectio divina su Mc 1, 40-45

[vc_row type=”in_container” full_screen_row_position=”middle” scene_position=”center” text_color=”dark” text_align=”left” overlay_strength=”0.3″][vc_column column_padding=”no-extra-padding” column_padding_position=”all” background_color_opacity=”1″ background_hover_color_opacity=”1″ width=”1/2″ tablet_text_alignment=”default” phone_text_alignment=”default”][vc_column_text]

Testo CEI74

Allora venne a lui un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi guarirmi!». 41Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, guarisci!». 42Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. 43E, ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse:44«Guarda di non dir niente a nessuno, ma và, presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro». 45Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte.[/vc_column_text][/vc_column][vc_column column_padding=”no-extra-padding” column_padding_position=”all” background_color_opacity=”1″ background_hover_color_opacity=”1″ width=”1/2″ tablet_text_alignment=”default” phone_text_alignment=”default”][vc_column_text]

Testo CEI2008

40Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». 41Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». 42E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. 43E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito 44e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». 45Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte. Nella scena della guarigione del lebbroso, l’evangelista riproduce una sequenza abbastanza normale: incontro – richiesta di risanamento – risanamento – constatazione dell’avvenuta guarigione -dimostrazione della guarigione – diffusione della notizia. Il lebbroso compare da sé, non viene portato, dovendo tenersi lontano dalla gente. Quale che sia la forma di lebbra, a chiazze o a pustole, è una lebbra inguaribile. Per quanto alcuni lebbrosi potessero, a certe condizioni e in alcuni villaggi, entrare anche nelle sinagoghe, erano considerati colpiti da Dio. Avvicinandosi a Gesù, il lebbroso prega di essere risanato in ginocchio, senza attenersi alla Legge che prescriveva di tenersi alla larga gridando ‘impuro, impuro!’.

La sua disperazione si tramuta in fede, e la fede lo spinge a ritenere che Gesù possa togliergli l’impurità, e dunque non dovrà allontanarlo, perché può essere la causa della sua guarigione. Se Gesù lo guarirà, non ci sarà più trasgressione della Legge quando qualcuno si accosterà a lui. L’atteggiamento di questa persona è quello da assumere nel sacramento della confessione. La grazia di Dio incomincia già ad agire quando prendo la risoluzione di andarmi a confessare e ho il coraggio di farlo. Già lì la mia guarigione è cominciata.

Il lebbroso implora e confessa la sua fede nella potenza di Gesù. Basta che Gesù lo voglia che il suo volere è potere. È un’espressione tipica degli antichi per manifestare la loro fede in Dio o nelle divinità. Dunque questo lebbroso riconosce in Gesù la potenza di Dio. Solo Dio può guarire la lebbra. Risanare un lebbroso è come risuscitare un morto. Il re di Israele, quando il re degli Aramei gli manda Naaman per guarire dalla lebbra, risponde che non ha il potere di Dio, l’unico che può uccidere e risuscitare.

Il comportamento del lebbroso ci porta a riflettere anche sul fatto che la malattia può avvicinare a Dio, può rendere più facile riconoscerlo, come pure può allontanarlo. La questione è come viviamo la malattia. Che senso ha, se c’è una causa, a chi offrirla, chi può guarirmi. Naturalmente accettare che nessuno può guarirmi fisicamente è la cosa più dura. Occorre vedere come la fede mi spinge a considerare che tipo di guarigione mi dona Dio. E come con Dio posso andare oltre i limiti entro cui vivo quella malattia. La testimonianza dei santi, nei confronti della sofferenza, è un’accresciuta sensibilità escatologica, è la capacità di affinare lo sguardo che vede il tempo alla luce dell’eternità.

La guarigione, da parte di Gesù, comincia con la commozione, che viene menzionata anche prima dell’atto di resurrezione di Lazzaro. La commozione dà forza alla guarigione. Anche per noi, accostarsi con compassione aumenta la nostra capacità di guarire, perché chi soffre sente la condivisione del suo male, e noi stessi sentiamo una capacità più grande che non ci viene da cose pratiche, ma dal sentirci coinvolti. Non bisogna avere paura di sentirci coinvolti, anche se il coinvolgimento eccessivo può creare dei problemi, in quanto l’immedesimazione può essere destabilizzante per la nostra umanità. Immedesimarsi al punto da stare male è certo meglio che restare indifferenti; il problema però è che se io divento il malato perdo la mia capacità di consolazione. Compiangere è vittimizzare, associarci al dolore. Ora, il dolore non va sottovalutato, né banalizzato, ma bisogna aiutare il fratello a non piangersi addosso, cadenzo nel pozzo del narcisismo nero, del mettersi al centro dell’attenzione con il compiangersi. In questo modo non si aiuta il fratello né a camminare né a stare meglio. La cosa migliore è aiutare ad rialzarlo. Ci vuole grande equilibrio e sapienza, ma anzitutto fare presente l’affetto e la vicinanza. Si aiuta il fratello a rialzarsi, oltre che con mezzi concreti se possibile, cercando con lui il senso di quella sofferenza, quali possibilità apre al Signore attraverso quel cammino di sofferenza, quanto preziosa può essere quella esperienza per sé e per gli altri. Che la sofferenza sia una purificazione, una correzione, una prova, l’importante è aiutare il fratello a trovare la modalità che il Signore ci offre di ricavarne un bene. In questo un grande aiuto è sostenerlo dalle insidie di Satana, dell’accusatore che si serve di queste situazioni per gettarci nella disperazione e nel rancore. Se sto male devo addossare la colpa su qualcuno, e quindi o incolpo me stesso, o incolpo un altro, oppure, in ultima analisi, incolpo Dio che ha permesso questo. Lo sguardo di fede è fondamentale per liberarci della domanda ‘di chi è la colpa?’, domanda che semina morte e risentimento, per far fiorire la domanda generatrice di vita: ‘come posso valorizzare questa sofferenza? A chi posso offrirla?’

Il gesto risanatore di Gesù viene descritto come imposizione delle mani, che esprime potenza, e contatto, trasmissione di forza; gesto che, nell’Antico Testamento, era riservato a Dio e a Mosé. La benedizione, il sacramento degli infermi, agiscono certamente, ma anche in questo caso la ricezione dipende dalla fede, che non si basa su effetti visibili. E come per un malato a volte ci vogliono anni di cure, così accade a volte a livello umano e spirituale, anche se questo dovesse significare accompagnare una persona fino al momento della morte.

Il fatto che la guarigione avvenga subito indica la volontà del risanatore. Qui è in gioco la fede che il tempo in cui Dio ci lascia nella prova ci procura un bene più grande che se la prova ci fosse tolta. Allora la consolazione più grande è vedere che un fratello non si perde nella prova.

Dopo il miracolo abbiamo il comando di segretezza. Solo il sacerdote può confermare la purificazione e dunque il malato non può andare dal sacerdote con la pretesa di essere riconosciuto puro. A livello spirituale è anche un’esortazione all’obbedienza. Naturalmente Marco sottolinea che Gesù è in accordo con la Legge, ma questo a mio avviso vale soprattutto per il credente. Non c’è una via di guarigione di Cristo che sia fuori della comunità ecclesiale. Anche la vita mistica, le visioni, le apparizioni, pur mettendo spesso in difficoltà chi le riceve, non possono autorizzare a uscire dalla Chiesa, perché nella Chiesa, per virtù di Dio, troveranno il loro autentico compimento.

Paradossalmente, la disobbedienza da parte del lebbroso avviene nei confronti dello stesso Gesù. Il fatto che il lebbroso venga severamente rimproverato di non dire nulla implica che l’evangelista voglia suggerire che si trattava di qualcosa di troppo grande per poter essere taciuta. E in effetti noi raccomandiamo caldamente la discrezione, per cose importanti e non per cose di poco conto. L’evangelista, usando il verbo dell’annuncio per indicare la diffusione della notizia del miracolo da parte del lebbroso guarito, sembra quasi tacitamente legittimare il suo comportamento.

Allora bisognava tacere o no? Si può pensare che il problema sia in chi riceve il messaggio. La folla si moltiplica perché vuole essere guarita. Persone che possono prendere da Gesù la cosa che per Gesù non è la più importante, cioè la guarigione fisica. L’effetto, per una persona che ha identificato l’aiuto di Dio con una guarigione di ciò che chiede può essere, appunto, allontanarsi da Dio qualora ciò non accada. Gesù si pone allora in una situazione ‘monastica’ di preghiera e solitudine dagli uomini. La gente va da Lui e Lui si ritira nel deserto. Abbiamo visto che questo deserto implica un attingere alla comunione col Padre. Questo è necessario: per riportare sempre le nostre motivazioni, le nostre emozioni sulla strada giusta, dobbiamo parlare con Dio, dobbiamo nutrirci della sua Parola e dobbiamo avere degli spazi di silenzio per poterlo incontrare. Lo stesso Signore ci chiede questa intimità con Lui, ci chiede di entrare nel mistero della sua redenzione, ci chiede di entrare nella sua sofferenza salvifica, di fare del nostro dolore un dolore di Dio.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *