Lectio divina su Gv 3, 14-21

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Testo CEI74

14E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo,15perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».

16Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. 17Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.18Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è gia stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. 19E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie.20Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere.21Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.[/vc_column_text][/vc_column][vc_column column_padding=”no-extra-padding” column_padding_position=”all” background_color_opacity=”1″ background_hover_color_opacity=”1″ width=”1/2″ tablet_text_alignment=”default” phone_text_alignment=”default”][vc_column_text]

Testo CEI2008

14E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo,15perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
16Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.17Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
19E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. 20Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate.21Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio». Siamo in una notte, tempo privilegiato del colloquio con Dio. La tenebra in cui si svolge il dialogo è avvolta di una luce positiva: l’intimità, la tranquillità, il rifugio. Gesù dice a Nicodemo che l’ascesa del Figlio coincide con l’esaltazione della croce. Come Mosé innalzò il serpente nel deserto, in modo che tutti quelli che guardavano quel serpente di bronzo guarivano dai morsi dei serpenti, così Gesù darà salvezza innalzato sulla croce. ‘Bisogna’ che il Figlio dell’uomo sia esaltato; è un dovere biblico di portare a compimento il progetto di Dio. Isaia dice che il servo del Signore sarà innalzato e glorificato molto. Il credere in Lui è l’unica garanzia di salvezza. Nella comunione con Lui il credente ha la vita eterna. Dio colma di sua iniziativa l’abisso che si era aperto tra Lui e gli uomini per i loro peccati.

Gesù è dunque innalzato quando, prendendo su di sé il male del mondo, fa sì che il peccato non possa più uccidere l’uomo. I morsi che mi vengono dalle mie infedeltà al Signore, gli effetti del mio peccato, non hanno il potere di condurmi alla morte spirituale. Ciò che ci eleva è la sofferenza offerta per amore. Si tratta di qualcosa che spegne il male, perché non lo aggredisce, ma lo consuma dal di dentro. Credere all’Amore è credere ancora oggi che Dio si sacrifichi per noi. Il serpente di bronzo è dunque anche un’immagine del male reso impotente, un invito a guardare dentro di noi al male che è nel nostro cuore per fargli perdere la carica di morte. Guardarlo è cominciare a pietrificarlo, a renderlo un oggetto diverso da noi. Questo è uno dei motivi fondamentali per cui occorre dire i peccati nella Confessione, e ancora più importante è andare alla radice dei peccati. Perché il peccato confessato è reso come una pietra, qualcosa che io posso guardare senza farmi avvelenare. Una cosa è avere una rabbia che mi scoppia dentro, mi consuma e io allora sto bene quando posso rovesciarla sull’interessato o su qualcuno. È come un serpente che mi attacca e mi morde. Altra cosa è dire: ecco, dentro di me c’è un moto di rabbia, cerchiamo di capire perché c’è questa cosa che non va bene. La rabbia diventa un oggetto, è dentro di me ma io la avverto come un corpo estraneo in cui non mi identifico, come la risposta a un disagio interiore. E questo è già spegnere da dentro il male nel suo aspetto virulento. Con Gesù questa dinamica si riempie anche di un altro significato. Cioè Lui dà la cura. Stare con Lui è la cura. E dalla preghiera sgorga quella carica che diventa elemosina. Se dividerai il tuo pane con l’affamato e con l’ignudo allora la tua ferita si rimarginerà presto. È vero, ci sono dei tempi fisiologici per rimarginare una ferita, ma importante è togliere il veleno, intervenire sul male che mi può rovinare l’anima, spingermi a compiere altri peccati per soddisfare quella passione o per sfogarla.

‘Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio’, prosegue Gesù nel suo bellissimo discorso. Ecco il riassunto dell’intero messaggio cristiano della redenzione. Non si parla qui di Figlio dell’uomo, ma di Figlio, l’amato Unigenito, quanto di più caro e prezioso Dio Padre può donare al mondo. Il dono è anzitutto quello di Gesù. La rovina pende sull’uomo, l’ira di Dio incombe su di lui, e l’uomo può sfuggire soltanto lasciandosi attirare da Gesù. Gesù crocifisso innalzato è l’amore che non ha lacci per attirare a sé, resta immobile e attira a sé proprio perché non ha nulla per attirare. Perdersi nello sguardo di Cristo è accorgersi che è possibile consegnare la propria anima, il proprio dolore, a quello sguardo, fino in fondo. Non c’è delusione in Lui. E il Figlio amato va ascoltato. Ascoltando le sue parole, noi possiamo farci trafiggere dal suo sguardo. Il suo obiettivo è darci la vita, la vita per sempre. Una vita persa, una vita corrotta e guastata. Una vita soggetta alla corruzione. La corruzione applicata all’anima è un’anima che si guasta, si corrompe e marcisce. Anche se non può morire l’anima può rovinarsi. E di fatto senza Gesù siamo rovinati. Di fronte a questa rovina, si può intendere la venuta del Signore come Colui che prende atto di questa rovina. Invece l’intervento del Signore è quello di reinnestare la radice secca in Lui e darle vita.

Gesù è venuto per salvarmi. Allora la condanna sta in noi stessi. Chi non crede è condannato dalla Parola. Ascoltando il Figlio prediletto avrebbe potuto essere innalzato da terra. Non ascoltandolo resta a terra e si preclude il cielo. Senza Gesù la condanna era sicura. Qui abbiamo un’escatologia attualizzata chiaramente percepibile. Il giudizio avviene qui e ora. Se si arriva al giudizio, la colpa è soltanto dell’uomo. Chi non crede è già entrato nella condizione del condannato a morte. Questo vale per la nostra vita di ogni giorno, nella quale non credere ci condanna già alla morte. Non credere significa essere convinti, sul piano pratico più che su quello teorico, che devo affrontare la giornata senza Gesù. Significa non credere che l’ascolto autentico della sua Parola è l’unico modo per potere affrontare serenamente la giornata. Significa credere che fare a meno della preghiera, del rapporto con Lui, mi farà guadagnare tempo. Non credere nel nome di Gesù significa non credere che Gesù salva, che è un peccato contro lo Spirito Santo, e che in piccolo riproduciamo quando appunto ci convinciamo che Gesù non è la risposta nel nostro quotidiano.

Il giudizio attuale non priva, però, l’uomo della sua ulteriore capacità di decidere, di ravvedersi, di uscire dalle tenebre. Il male ha che fare con le tenebre, mentre la Luce è il Figlio. Senza il Salvatore non si viene alla luce. Bisogna camminare verso la luce, non fermarsi alle tenebre. Come dirà anche san Benedetto, il cammino verso la Luce è un cammino dinamico, una necessaria conseguenza ed esigenza della fede. L’oscuro viene da un cuore tenebroso, ottenebrato dal peccato. L’uomo legato a Dio con il suo operato si sente attratto verso la luce. C’è un intimo rapporto tra fare la verità e venire alla luce.

Come dicevo prima, tenere il peccato nella tenebra impedisce di venire alla luce e alla fede nella Luce. Perché abbiamo bisogno di fidarci di più di tenere dentro di noi il male invece che portarlo alla luce di Gesù? Le cause possono essere tante: l’abitudine al male, la vergogna nel riconoscere i propri errori, il timore delle conseguenze, l’autoconvincimento che non è male, l’autoconvincimento che è un male necessario o inevitabile, la pigrizia nello smuovere una situazione, il compromesso che ci appare preferibile.

Chiediamo di portare alla sua Luce la nostra tenebra, perché Lui è venuto per salvarci. L’alternativa è tenerci il male e rinunciare a Lui. E perché scegliere l’infelicità?[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

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