Lectio divina su Gv 15,1-8

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Testo CEI74

1«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo.2Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3Voi siete gia mondi, per la parola che vi ho annunziato.4Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. 5Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. 8In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.[/vc_column_text][/vc_column][vc_column column_padding=”no-extra-padding” column_padding_position=”all” background_color_opacity=”1″ background_hover_color_opacity=”1″ width=”1/2″ tablet_text_alignment=”default” phone_text_alignment=”default”][vc_column_text]

Testo CEI2008

1 «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore.2Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.4Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me.5Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. 8In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Gesù è la vera vite, l’unica che merita questo nome. È in questa vite che il Padre compie la sua opera ed è in questa vite che chi è innestato può portare frutto. Conosciamo la vigna di Israele devastata dal nemico, una vigna che è stata piantata sradicando i popoli nemici. Una vigna che ha bisogno di una nuova linfa. Sappiamo anche che i vignaioli non l’hanno custodita. Qui il discorso invece si incentra sulla vite. In questa vite si comunica la vita divina. Ogni tralcio ‘in me’ significa anzitutto ‘ogni tralcio attaccato a me’ e quindi che ‘rimane in me’. Il taglio dei tralci secchi nel contesto dell’era apostolica, è il taglio di chi ha dato cattiva testimonianza o si è reso eretico o ha preferito il mondo. Si tratta di un’operazione compiuta da Dio. Anche san Benedetto parla di tagliare il ramo, di amputare quando ormai non c’è più nulla da fare. Esiste dunque un limite entro il quale Dio taglia il ramo. San Benedetto ne parla come di qualcosa che è accaduta dopo che sono stati fatti tutti i tentativi, in corrispondenza del fatto che l’albero viene circondato di tutte le cure possibili e solo dopo ancora del tempo viene abbandonato. Tagliare e potare sono due operazioni simili ma molto diverse. Ciò che viene tagliato viene tagliato alla radice mentre ciò che viene potato viene tagliato a una certa altezza. Tagliare alla radice significa eliminare completamente. Essere eliminati dal corpo della Chiesa, se non si porta frutto, se non si fa nulla per corrispondere alla missione che Dio ci ha dato. Ma questa duplice operazione la possiamo anche guardare in noi. Ci sono cose che vanno tagliate decisamente, cose che ci allontanano da Dio o che comunque non ci avvicinano a Lui. Ci sono altre cose e situazioni che vanno potate, che vanno ripensate e sfrondate. Può essere un fidanzamento o un matrimonio, che deve passare a volte attraverso qualche potatura, anche dolorosa, per rifiorire. Come quando per aiutare il mio matrimonio devo rinunciare a qualcosa di me stesso, del mio carattere, della mia vita. Il tralcio che viene buttato secca, perde la linfa. Lontano da Gesù perdiamo la gioia di vivere. La gioia di vivere è qualcosa che vivifica dal di dentro, non viene dal di fuori. Non può venire da cose che faccio, da chi frequento. Questo naturalmente è importante, ma la gioia che mi cambia da dentro me la dà solo Gesù. La mondatura viene fatta da getti inutili. Questo ci interroga sulla nostra capacità di capire come inutile, ciò non necessario al nostro vero bene, ciò che ci viene tolto in modo indipendente dalla nostra volontà o che anzi magari abbiamo combattuto per trattenere.

A ogni modo i discepoli sono già mondi se rimangono in Cristo. Cristo è il tesoro nel campo, è la perla preziosa, è l’unica realtà necessaria. Chi vive con Cristo è proprio da questa vita che impara ciò che essenziale e ciò che è inutile nella vita. I discepoli sono diventati puri mediante il discorso di Gesù che hanno accolto con fede. Dunque la Parola ha una potenza purificatrice. Come il battesimo, purifica e santifica. Questo è una aspetto su cui riflettere maggiormente. Aprire il cuore alla Parola ci consente di metterci a confronto con quello che non va in noi. Il senso dell’ammonimento vuole indurre i discepoli a portare frutti. La Parola ha sempre azione purificatrice. Ricordiamo la vocazione dell’uomo dalle labbra impure. In ogni sacramento la Parola è insostituibile. Anche nel sacramento della Riconciliazione è bene cominciare con una frase del Vangelo sulla misericordia di Dio che predisponga a confessare i peccati. Ma la Parola purifica perché rinnova la mente, la lava. Come chi si lava avverte il benessere della pulizia e il malessere della sporcizia, così chi frequenta la Parola avverte come ne abbiamo bisogno proprio come di un balsamo dell’anima, qualcosa che dia un freno ai nostri pensieri e ci metta in un’ottica diversa. I discepoli hanno la grazia di vivere con la Parola vivente, vivono in una continua purificazione.

Senza di me non potete far nulla. È l’espressione centrale della pericope. Un’espressione radicale. Un’espressione che fa pensare alla continuità tra la natura e la grazia. Tutto il nostro quotidiano è intessuto di Cristo. Lui è l’unica forza che spinge a operare.  Non si tratta di una moralistica necessità di dare frutti, ma risalire al fondamento di un agire fecondo, che è il legame con Cristo. L’uso metaforico risulta chiaro nella formula ‘voi in me ed io in voi’. La comunione con Cristo è il dovere più urgente da ricordare alla comunità. L’espressione ‘dare frutti’ non è mai determinata con esattezza.  Il dare frutto del chicco di grano indica l’abbondanza missionaria. Si tratta di una fruttuosa vita comunitaria confermata nella fede e nell’amore. Guadagnare nuove anime significa anche rendere fruttuosa la morte del grano di frumento che è Gesù. Gesù è la forza salvifica e vivificante di Cristo. Come? Dandomi il sapore delle cose che faccio, facendo sì che i miei chicchi di uva siano zuccherini, né acerbi né sciapiti. Essere acerbi nella vita spirituale è quell’eccesso di entusiasmo che mi porta a volere affrontare situazioni che non mi competono. Essere sciapiti significa, appunto, perdere la gioia di vivere, trascinarsi stancamente. E capita, naturalmente, che nella nostra vita ci siano frutti acerbi e sciapiti, ma sono di meno quanto più riceviamo linfa dalla vite. Questo significa anche che solo essendo veramente noi stessi noi rimaniamo legati a Gesù e, nello stesso tempo, solo rimanendo legati a Gesù noi capiamo veramente noi stessi. È la questione della vocazione, a cui bisogna sempre tornare, perché anche se la seguiamo c’è sempre il rischio di essere acerbi o sciapiti.

Il passo è stato fondamentale nella chiesa antica per la dottrina della grazia. Qui è evidente che solo il cristiano che vive della comunione con Cristo può dare i frutti del suo essere cristiano.

Solo Gesù dà compimento autentico alle nostre azioni. Il frutto ha la caratteristica di essere nutrimento e bevanda, di essere gustoso, di essere abbondante. Questo è il frutto della vite. Noi lo eleviamo durante la Messa pregando perché diventi bevanda di salvezza. Ecco, questo solo la comunione con Cristo lo può fare, perché solo in Cristo c’è salvezza. Questa comunione, però, solo Cristo la conosce. Solo Lui sa quanto una persona, che si professa cristiana o no, è unita a Lui. Il gesto gratuito di un non credente può avere una portata salvifica che agisce concretamente nella vita di una persona, anche se la persona non sa che ha comunicato Gesù. E viceversa, posso non riuscire a comunicare Gesù pur essendo credente. Ma la vite è anche una bella metafora dell’Incarnazione e della Chiesa. La vite è l’elemento necessario della vigna, ma è sui tralci che appaiono i frutti. E i tralci stessi sono il prolungamento inscindibile della vite, sono il corpo di Cristo, la Chiesa.

La descrizione dei rami secchi bruciati è come un’illustrazione del giudizio. Essere gettato fuori ricorda il giudizio sul principe del mondo, è forte. La separazione è pena sufficiente. Il taglio è capacità di rifiorire. Il fuoco è un segno di purificazione. Il dramma dell’inferno è che questa purificazione diventa senza scopo perché è stato reciso il legame. Il fuoco diventa qui l’immondezzaio, ciò in cui buttiamo ciò che non serve perché lo distrugge e ce ne libera.

Chi accoglie in sé le parole di Gesù le accetta come l’inviato di Dio e si impegna a custodire e realizzare le sue opere. Le preghiere saranno esaudite perché, per la sua unione con Gesù, Egli chiederà ciò che rende fruttuosa l’opera di Gesù. Pregare con la certezza di essere esauditi è un segno della franchezza che i cristiani hanno con il Padre. Come il vignaiolo ha a cuore un’abbondante fruttificazione, ed è glorificato da queste opere. La vite Gesù è il luogo dal quale e per il quale ciò è reso possibile. Il Figlio ha a cuore solo la glorificazione del Padre. Per essere veramente discepoli è necessario rimanere in Lui. Le parole che restano vuol dire che hanno trovato una dimora stabile, semi che hanno trovato un terreno fertile e stabile. La Parola non va via perché Dio abita in noi e non esiste preghiera che non venga soddisfatta perché quella preghiera è l’espressione diretta della volontà di Dio. Naturalmente la cosa sarà data come vuole Dio, non come immaginiamo noi. Quindi per portare molto frutto non bisogna fare molti programmi, bisogna rimanere in Lui. Essere persone incentrate su Gesù. La telecamera va non su noi stessi, non sugli altri, ma su Gesù.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

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